Once in a lifetime: Sándor Kocsis

Il 22 luglio 1979 muore a Barcellona Sándor Kocsis Péter, di professione calciatore. La sua è stata un’esistenza di opposti ed estremi. Nella sua avventurosa esistenza Sándor ha infatti conosciuto la vertigine dell’applauso e l’ansia della fuga, la tristezza dell’esilio e la routine del quotidiano, l’incontenibile gioia del gol e il buio della depressione, l’umiliazione dell’arresto e la solitudine dell’ultima fatale decisione incrociando anni cruciali e drammatici nella storia europea.
Ferencvaros
Kocsis era venuto al mondo in uno dei quartieri centrali di Budapest in una fresca mattina di settembre del 1929. Era cresciuto all’ombra delle piazze di Pest sfidando gli stenti, l’occupazione straniera e la guerra. Il pallone gli offriva un buon rifugio e il Ferencvaros divenne così la sua seconda famiglia.
 
Pomeriggi di coprifuoco
 
Sándor è un ragazzo sveglio, attento e diligente, sempre pronto a impegnarsi. Un’intera leva calcistica matura con lui in quei lunghi pomeriggi di coprifuoco, allenandosi negli spazi angusti delle palestre. Si gioca a calcio tra quattro mura e si imparano i fondamentali, il controllo e i palleggio più che la corsa e la resistenza fisica. Rispetto a colleghi e compagni Sándor possiede, inoltre, un talento speciale, destinato a diventare, negli anni seguenti, il suo inimitabile marchio. Kocsis è infatti abilissimo nel gioco aereo: usa la testa non solo per pensare ma anche per colpire il pallone, per smorzarlo, controllarlo e indirizzarlo ovunque desideri. Ma Sándor è anche un attaccante completo e pericoloso. L’atteso esordio si consuma bruciando le tappe. Sanya ha solo sedici anni quando viene mandato in campo per la prima volta a sostituire un mostro sacro come Kubala in una delicata e combattuta partita contro la Kipest, la squadra rivale di Budapest che di lì a poco diverrà la grande Honved. La sua folgorante carriera ha inizio nel migliore dei modi.
 
La “Grande Ungheria”
Kocsis diventa, nel giro di qualche anno, la punta di diamante della Grande Ungheria. Passa ai rivali della Kipest Athlétikai Club e con quella straordinaria squadra di talenti (da Budai a Lorant, da Puskas a Boszik) conquista titoli a raffica. Kocsis è una macchina da gol che gira ad una media di trenta marcature a stagione. Anche in nazionale Sándor è un riferimento per i compagni. Trova infatti le giuste geometrie con Hidegkuti e, grazie anche all’organizzazione di gioco dell’allenatore Sebes, trasforma il modulo magiaro in uno schema diabolico. Al di là dell’alloro olimpico conquistato nel 1952, però la nazionale ungherese non ha molta fortuna nelle competizione ufficiali e ai Mondiali del 1954 perde nella finale di Berna, contro la Germania Ovest di Fritz Walter e Otto Rahn, un titolo sostanzialmente già conquistato da tempo sul campo; potere del calcio e dell’imperscrutabile gioco del destino. Kocsis si consola comunque con la sua Honved, con la cui maglia infrange ogni record andando in rete per ben 153 volte in 145 partite.
La fuga in occidente
Poi i tempi cambiano improvvisamente e si fanno cupi e grigi. A Budapest le speranze di cambiamento sembrano spegnersi. Tira una brutta aria, le squadre cambiano nome come le vie e i ministri, le frontiere vengono chiuse e i liberatori di un tempo si trasformano in nuovi spietati dittatori. Alla fine arrivano anche i carri armati russi e le richieste di libertà vengono soffocate nel sangue. Sándor ne ha abbastanza di guerre e coprifuochi. Approfitta di un lungo tour propagandistico della sua squadra e, con altri compagni, ripara, avventurosamente, in Svizzera. Vuole tornare subito a giocare. Lo Young Fellows è disponibile a metterlo sotto contratto ma la Federazione ungherese si mette di traverso. Kocsis deve rimanere fermo. Va, allora, a fare il commesso, ma entra fatalmente in depressione e comincia a bere. Lo arrestano più volte e tenta pure di farla finita con dei barbiturici. Il suo orizzonte è grigio come l’acciaio dei carri armati. Kocsis sente tutto il distacco e la lontananza dalla sua terra, dagli amici e dalla sua città. Né la famiglia né una tardiva amnistia disposta dalle autorità ungheresi ne risollevano il morale. Quella tragica esperienza sembra averne spento per sempre il sacro fuoco.
L’avventura in blaugrana
Sciolti i vincoli giuridici, Sándor torna finalmente a giocare con la maglia dello Young Fellows di Zurigo. Scende spesso in campo con la fascia nera al braccio in segno di lutto e protesta per la condizione del suo Paese. Poi, arriva la chiamata di Kubala. Kocsis va a Barcellona a ricomporre, con Laszlo e Czibor, un pezzo di nazionale completando uno squadrone che conta anche sulle magie di Ramallets e Suarez. Sono anni di grandi successi per il potente centravanti magiaro che torna a dominare la scena, anche se i guizzi poderosi degli esordi rimangono purtroppo lontani ricordi. Con i blaugrana vince due titoli e due Copa del Rey, sfiorando il massimo titolo continentale che sfugge ancora una volta in finale con il Benfica, ancora una volta sull’amaro terreno di Berna.
Un ultimo tragico volo
Kocsis chiude definitivamente con il calcio attivo nel 1965 e prova, senza molta fortuna e convinzione, a sedersi in panchina ad Alicante. Apre allora un ristorante anche se è evidente a tutti che quella non è né mai sarà la sua attività. Le rughe fatalmente si appesantiscono e il sorriso contagioso e spiritato di un tempo sembra spegnersi in una smorfia di tristezza. Sándor pare l’ombra di se stesso, un uomo sconfitto dagli eventi dolorosi della vita e dalla depressione. Sembra proprio sul punto di arrendersi. Non sta bene, crede pure di avere una brutta malattia e decide così improvvisamente di farla finita. Un tragico volo dal decimo piano spezza, a soli quarantanove anni, la sua incredibile storia ed il suo sogno.