Diego Alverà racconta Ezio Vendrame

Ieri si è spenta una stella. Forse non faceva più tanta luce ma continuava ad indicare la direzione.

Cinque anni fa, dopo un quasi “incrocio magico”, ne scrissi così per il notturnale di “Once in a lifetime”.

Che il cielo faccia compagnia alle tue parole Ezio!

 

Il 21 novembre 1947 nasce a Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, Ezio Vendrame, di professione artista del pallone nonché scrittore. Vendrame è andato sempre oltre. Oltre il campo, lo spogliatoio e il prato d’erba, oltre il tempo e le gradinate degli stadi, oltre quel pallone che ha accarezzato con somma maestria, oltre le singolari giocate d’artista, oltre gli opposti sentimenti che suscitava e di cui assai poco si curava, oltre i pensieri corti e quelli lunghi, oltre i codici e le regole, i vizi e le virtù. Oltre tutto quanto quel mondo, che andava avanti a forza di palloni, calci, padri e padroni, cercava di imporgli. Anche per questa intima essenza di ostinato outsider, Ezio si è guadagnato un capitolo a parte nella storia.

Non esattamente come George Best

Vendrame ha giocato a calcio, ma non è stato un calciatore come tanti altri. Perché Ezio, come Gianfranco Zigoni e Luigi Meroni, a calcio ci giocava sul serio, per il divertimento, per la follia e la libertà, per il senso dello spettacolo e, soprattutto, per l’idea di regalare sempre qualcosa a qualcuno. Nel confuso rotolare del pallone, Vendrame vedeva cose che gli altri non percepivano. Al contempo, non si rassegnava a scendere a patti con ciò che quel mondo voleva fargli digerire a forza. Per alcuni suoi comportamenti vistosi ed eccentrici si guadagnò l’etichette iconica di George Best italiano. In realtà, eccessi e sregolatezze a parte, Ezio, a dispetto di quanto gli rimproveravano i benpensanti, metteva sempre senso, valore e significato in quello che faceva. Quel modo di pensare e giocare al calcio valeva ben più di una ragazzata o di un giro di ombre. Perché Ezio aveva un’anima creativa e inquieta. Perché gli piaceva vincere, ma solo se si giocava bene o quando riusciva a deliziare gli spalti con qualche gol impossibile. Vendrame era un fantastico e straordinario battitore libero, un irregolare che apriva strade e che possedeva la capacità di arrivare al traguardo sempre per la strada più difficile e complicata. In campo dava punti a tutti, nessuno escluso, senza cadere mai in inutili esibizionismi. Ezio non recitava mai un copione scritto da altri. Affrontava ogni avversario o avversità dall’alto di tutte le sue straordinarie contraddizioni, ed era unico, pudico e guascone, singolare e autentico come solo i fuoriclasse si possono permettere. Come quella volta che, dopo aver fatto un tunnel a Gianni Rivera a San Siro gli corse incontro per chiedergli scusa, perchè non sono cose da fare a uno così, a uno con la sua storia, davanti al suo pubblico e a lui dispiaceva da morire averlo magari messo in imbarazzo.

Oltre le regole e le convenzioni

Vendrame era fatto di quella pasta lì. Odiava le convenzioni e le regole e, soprattutto, non si capacitava del fatto che il mondo del calcio, che poteva essere una straordinaria fabbrica dei sogni, un paradiso realizzato, una palestra di geni e funamboli, si accontentasse di scivolare nel grigiore della mediocrità del risultato ad ogni costo e dell’accordo sottobanco. Per lui un gol valeva molto meno di un bel colpo di tacco, di una finta o di una giocata geniale. Al cospetto di molti suoi titolati colleghi Vendrame era una sorta di alieno, uno che veniva da un altro pianeta. Perchè, per sua stessa ammissione, “amava giocare a pallone, ma non gli piaceva fare il calciatore”. Trattava ogni cosa in maniera schietta e diretta, senza giri di parole, soprattutto senza ricorrere all’ipocrisia e alla retorica. Pennellava palloni come fossero versi di una poesia. Lo faceva dentro e fuori dai terreni di gioco, in compagnia di amici, artisti e ribelli come Piero Ciampi. Era un’anima candida e sensibile, a disagio in quella frontiera di quattrini facili e interessi. Anche per questo il suo mondo non era esattamente quello che frequentavano gli altri.

Il suo calcio

Nel suo universo poteva, infatti, accadere di tutto. Era, ad esempio, naturale fermarsi durante una partita per salutare un amico, o era normale ubriacare di dribbling e finte il diretto marcatore per novanta minuti, salvo poi abbracciarlo e consolarlo al fischio finale come fosse un compagno di squadra. In quella realtà parallela poteva persino capitare di lanciarsi da soli in contropiede senza trovare alcun compagno da servire, e decidere, allora, di fermarsi in mezzo al campo saltando a piedi uniti sul pallone per scrutare ironicamente, mano sulla fronte, l’orizzonte. Ezio aveva i tempi del mattatore, non sopportava stupidità e intrallazzi e, soprattutto, adorava le donne. Oggi Vendrame vive nella campagna friulana, scrive cose straordinarie e raccoglie pensieri e poesie. Di tanto in tanto, tira fuori anche la chitarra. “Il calcio di oggi non esiste” dice “è finto, acrilico. Al mondo ci sono stati tre giocatori di calcio: Maradona, Zigoni e Meroni. In questo rigoroso ordine, non alfabetico. Il resto è noia». Non lo ammetterà mai, nemmeno sotto tortura, ma quel trio delle meraviglie con lui sarebbe stato un quartetto fenomenale. “Il gol è un po’ la morte: la fine di tutto. Quando hai segnato devi rimettere la palla al centro e ricominciare da capo. Che palle!”